sabato 29 dicembre 2012


Venezia dinverno sammanta di discrezione, e chiede affetti esclusivi. Ama la luce soffusa, si veste di nebbia, che filtra i colori dei palazzi sul Canal Grande — e capisci, finalmente ne capisci il perché. Oppure una più tenue foschia, diafana rifrange i raggi di un sole che finge tepore. Alle Zattere si va per cercare la luce, unazzurra luce invernale, intrisa dumido azzurro, si va per cercare lo sfavillìo delle onde al passaggio dei vaporini, si va per cercare il sapore neutro della panna in ghiaccio, passeggiando con indolenza, gli occhi semichiusi rivolti alla Giudecca, quasi una terra promessa, o a San Giorgio, al suo campanile proteso. Vorresti attraversare il canale, raggiungere lopposta sponda, ritrovare quel che conosci, ma poi ti accontenti di un prolungato sguardo, quanto è lungo landare fino alla punta della Dogana.
Venezia dinverno sopporta solo sguardi complici, di chi abbia un cuore che batta al ritmo lento e pacato del remo del gondoliere che mi traghetta in Canal Grande, di chi percepisca il suono insolito dei passi nelle calli, e per questo, soltanto per questo trattiene il respiro, di chi si soffermi davanti ad uno squero antico, sì quello dietro San Barnaba, di chi si conforti al vociare dei ragazzini, che a Santa Maria Formosa rincorrono chiassosi un pallone.
Venezia dinverno si lascia amare, languida di luce sontuosa. Venezia dinverno esige devozione, quando corrucciata savvolge nel suo velo lattiginoso e gelido, tavvolge, ti attira, tingiunge di non infliggerle lonta di sottrarti ad un abbraccio cui altera si concede.
Venezia dinverno è lontana, forse non esiste più, forse s’è dissolta nella sua stessa caligine; ma so che non è sogno.

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